Cenni storici

In occasione dei festeggiamenti del Glorioso Patriarca San Giuseppe è usuale offrire al Santo delle grandi tavole riccamente imbandite e la tradizione vuole che ci si rechi a visitarle il giorno della vigilia.
Non vi è una data certa sull’inizio della tradizionale “Tavole di San Giuseppe” in onore a San Giuseppe nella Parrocchia di Campobello di Licata.
Cenni storici a questo riguardo parlano che la tavola comparve circa all’inizio degli anni ‘10
Essa era imbandita prevalentemente con frittate di finocchi e di asparagi selvatici, di cavolfiori, di piselli. Era una tavola povera, si dice, perche povero era San Giuseppe.
Pochi e modesti erano gli elementi esornativi: delle bottiglie d’acqua colorata con carta pallina rossa, verde o azzurra. La tavola si preparava in casa o, se non si aveva una stanza adatta, fuori, davanti all’uscio.
A partire dagli anni ‘40 limitatamente la “Tavola di San Giuseppe” per coloro che avevano promesso devozione a San Giuseppe e non disponevano della somma necessaria, era quella di offrire “lu pranzu di li puvurieddi”, ovvero il pranzo dei poveri.
Esso rappresentava, differentemente alla “Tavola di San Giuseppe” dei giorni nostri, il continuare di una modalità più antica di offerta rituale al Santo.
Tre bambini e più anticamente un vecchio e due ragazzini scelti fra le famiglie più disagiate del paese, dopo aver assistito alla messa, venivano accompagnati al suono del tamburino nella casa dove mangiavano una minestra con fave, baccala, frittata con cavolfiore, finocchio, arancia, pane e vino.
Tuttavia negli anni ’50 la “Tavola di San Giuseppe” entra nella tradizione popolare di devolvere i cibi in beneficienza anche se un terzo andava dato ai personaggi della tavola che tra loro lo ripartivano, un terzo per farne beneficenza ai locali ospizi di anziani, il rimanente veniva distribuito a chi aveva portato “u piattu” e a coloro che avevano aiutato a preparare la mensa.
A partire dagli anni ’80 è divenuta tradizione offrire a San Giuseppe “Tavole” più belle e ricche di elementi decorativi e si distinguevano fra “Tavole di San Giuseppe” privati e quella tradizionale pubblica allestita nella sacrestia della parrocchia e per alcuni anni era diventata quasi una competizione fra privati il distinguersi di addobbi e ornamenti.
Per la “Tavola di San Giuseppe” allestita in parrocchia, entra in funzione il sorteggio che pur non rimuovendo gli aspetti comunitari del rito, si pone tuttavia come segno delle profonde trasformazioni che hanno investito gli scopi e la funzione della tavola. Oltre ai poveri e ai disagiati il ricavato della “Tavola di San Giuseppe” viene devoluto alle missioni e ai poveri del mondo.

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